Amici sì... Ma restiamo online
Dal diario segreto ai social network, come si raccontano i giovani oggi.

Questa Ricorrenza, ormai più che centenaria, ci rammenta quanto le popolazioni ospitate dal nostro meraviglioso pianeta siano vergognosamente distanti dal concetto di “parità di genere”, per il quale donne di diversi ceti sociali hanno lottato unitariamente e con tenacia contro sistemi all’epoca considerati irreversibili.
Non si conoscono con precisione le motivazioni che portarono per la prima volta gli Stati Uniti nel 1909 a celebrare tale ricorrenza, ciò che molti fonti riportano è il collegamento ad una strage newyorkese in cui persero la vita centinaia di operaie rinchiuse in fabbrica dal proprio padrone affinché non partecipassero ad uno sciopero indetto per richiedere salari equiparabili a quelli dell’uomo.
Aldilà delle ipotesi originarie, ciò che ne conseguì fu la decisione di alcuni Stati d’oltreoceano di aderire ad un’iniziativa controcorrente e avanguardista per i costumi dell’epoca, decidendo, seppur in date differenti, di celebrare annualmente le donne. Fu solo successiva l’idea di associare la mimosa a tale festa, diventandone il simbolo universalmente riconosciuto.
Le donne di tutto il mondo iniziarono proprio in quegli anni ad allearsi per combattere una società intera che da sempre attribuiva loro un unico ruolo: quello di madre. Nacquero movimenti, scioperi, manifestazioni che diedero al mondo femminile voce e successi in campo politico, scientifico, pedagogico.
La Nuova Zelanda fu il primo paese a concedere il suffragio universale, seguita da Norvegia, Finlandia e Australia, l’Italia arrivò nel 1945. Iniziarono i primi riconoscimenti scientifici e la concessione di poter frequentare le Università.
La donna non era più unicamente devota al focolaio familiare, iniziava a partecipare economicamente al suo sostentamento, ad esprime un proprio parere sull’educazione dei figli e sulla loro preparazione scolastica.
Maria Montessori è l’esempio che meglio esplicita tale periodo. Educatrice, pedagogista e medico, si occupò interamente alla creazione di luoghi in cui i fanciulli, di ogni ceto sociale, potessero sperimentare la bellezza del sapere. Il suo metodo è tutt’ora applicato in tantissime scuole di tutto il mondo.
Nonostante le scorribande sociali che hanno visto molte donne esporsi e lottare contro un pubblico prettamente maschile, assistiamo oggi a scenari negativamente catastrofici.
Il susseguirsi di notizie, rapide e fulminee, di storie di vita interrotte prematuramente e di cui lo spettatore velocemente si dimentica, ne danno dimostrazione.
Un’indagine statistica emersa dalla Polizia di Stato nel 2019 mette alla luce la diffusione dilagante di tale fenomeno: parliamo di 88 vittime ogni giorno, una donna ogni 15 minuti.
Donne trattate come vecchie bambole che dapprima si innamorano, poi si piegano alle volontà dell’uomo da cui cercano approvazione ed infine si spezzano mettendo la parola fine alla propria esistenza.
I fautori di tali violenze sono spesso i partner o ex partner, che esercitano con sopraffazione violenza verbale o carnale, con il solo scopo di dominare l’altrui sesso e prole annessa.
In alcuni casi il passaggio da violenza a omicidio è breve, la collera prende il sopravvento annebbia le menti e produce danni irreparabili; nel nostro paese i femminicidi aumentano di anno in anno 123 nel 2017, 133 nel 2018.
Guardiamo aldilà delle nostre mura domestiche, molte di queste donne le incontriamo distrattamente durante la nostra quotidianità. Sono tenaci creature che mimetizzano con grande maestria le violenze e i soprusi di uomini, se così possiamo definirli, possessori della loro dignità.
Sono madri, imprenditrici, assistenti, showgirl alle quali si nega il diritto di vivere con serenità subendo le angherie di fautori di azioni meschine, negando loro la libertà di esprimersi nei campi lavorativi che maggiormente le rappresentano.
Già perché deturpare il viso di una giovane avvocatessa, poiché non ci si rassegna alla fine di una relazione, è meschino, machiavellico e disumano. Lasciare ad altri l’ingrato compito di portare a termine tali atrocità lo è ancor di più.
Se Dio ci ha donato la giusta dose di tenacia fisica e mentale per generare vita, per far combaciare i lembi della nostra vita familiare e lavorativa, non necessitiamo di uomini che ci sovrastano, ma di compagni di viaggio terreni con cui affrontare sfide assieme, e non con cui sfidarsi.
È doveroso garantire sicurezza giuridica a coloro che si affidano ad organi competenti, se ciò viene negato saremo responsabili di una retrocessione medievale di pensiero.
Parlare alle nuove generazioni può sembrare, a menti inesperte e ad occhi poco osservanti, impresa ardua.
In realtà lo è per coloro che restano confinati al loro modo di vedere il mondo e la sua evoluzione, senza fruizione di idee, senza cercare il confronto, senza accettare pensieri liberi e differenti dai nostri.
La grande ragnatela delle comunicazioni sta tessendo a velocità sovraumane una fitta rete di iperconnessioni virtuali tra individui in carne ed ossa. Le persone entrano in una connessione sociale virtuale, condividendo ogni istante della propria vita sulle macro piattaforme dei social network, non ponendo più una linea di confine tra vita pubblica e privata.
Per conoscere le radici di questo cambiamento repentino non dobbiamo ricercare informazioni in epoche così arcaiche… è infatti nel ‘97 che un semplice cittadino americano crea il primo blog. Un blog quasi elementare che racconta una passione: la caccia.
Il blog nasce per ragioni non così complesse: raccontarsi, aggregarsi, condividere sono i pilastri saldi di questo nuovo mondo socialmente virtuale.
La finalità di questo nuovo modo di comunicare è fondamentalmente quella di far scorrere tra i tasti di una tastiera ciò che i nostri occhi osservano, le nostre menti assorbono, i nostri cuori percepiscono.
Il desiderio di raccontarsi era già presente all’epoca degli ormai inusuali diari segreti, dove trovavano spazio emozioni positive o negative, che ciascuno di noi teneva ben nascosto dalle mani curiose delle madri. Adesso le medesime sensazioni, conquiste amorose, eventi salienti di vita vengono divulgate senza problemi nel mondo virtuale, alienando ciò che prima generava reazioni corporee, fatte di sguardi, agitazione cardiaca e motoria, sudorazione, ecc.
Qual è allora il legame che unisce il mondo cartaceo con quello virtuale?
Indubbiamente permane il bisogno di lasciare traccia dei propri pensieri, delle proprie emozioni, dei propri interessi, ma con il sopraggiunto desiderio di renderlo pubblico. Forse per cercare un confronto/scontro diretto e immediato con chi vive medesimi o similari passioni o vissuti quotidiani.
Sicuramente con l’avvento del blog e dei social network diviene più semplice sfuggire alla responsabilità morale ed etica legata a commenti di poco gusto, che spesso vengono rilasciati in forma anonima.
Se da un lato accogliamo con estrema voracità ciò che di innovativo concede questo nuovo mondo di corrispondenza condivisa, dall’altro restiamo atrofizzati nel valutarne i rischi.
Potremmo difatti incespicare in un cosiddetto fake che sotto mentite spoglie scrive o adesca persone poco attente ad accertarsi dell’identità di chi si trova dall’altra parte dello schermo.
Altro rischio nel quale potremmo imbatterci, del tutto inconsapevolmente, è quello di sostituire l’incontro schermato da pc, tablet, smartphone a quello vis à vis, perdendo in tal modo il bagaglio emozionale inevitabilmente legato all’appuntamento con l’altro.
Da studiosa in formazione della grande rete comunicativa convengo che sia buona prassi educativa sostenere i giovani all’utilizzo edotto delle tecnologie, dei rischi e delle responsabilità di cui sono investiti.
In questo nuovo mondo i giovani dovranno essere educati a crescere e a sviluppare un pensiero critico e consapevole, che li allontani da pensieri massivi e non individualistici.
Cristina Tonelli
Cristina Tonelli