Amazzonia: andati in cenere i polmoni del Mondo

AMAZZONIA: ANDATI IN CENERE I POLMONI DEL MONDO

In tale periodo della nostra esistenza, tramite media di vario genere a nostra costante disposizione, veniamo a conoscenza del disastro ambientale in Amazzonia.

Uno scempio osceno, collettivo, spaventoso e terrificante; una sorta di ipoteca sul nostro futuro.

Da settimane la foresta amazzonica sta letteralmente andando in cenere.

Stiamo parlando del polmone verde del mondo, un territorio vasto come il doppio dell’India che garantisce un quinto dell’ossigeno alla Terra. 73 mila incendi scoppiati in meno di un anno.

…73 mila!

Si pensa che dietro a tale disastro si celino anche questioni economiche, affari, come coltivatori di soia e olio di palma che si possono così prendere nuove terre. Ogni minuto, sparisce una porzione grande come un campo da calcio. (cit. Panizza R. Sett. 2019 Vanity Fair).

È un evento mostruosamente sconvolgente, ma ciò che ancor di più fa tremare le viscere e strabuzzare gli occhi è il fatto che il resto del pianeta, o perlomeno la maggior parte, segue se non distrattamente quantomeno in maniera passiva ciò che sta avvenendo, complice la convinzione tanto salda quanto inesatta di vivere abbastanza lontano, in un differente continente, e quindi di pensare erroneamente che non ci riguardi a sufficienza tutti.

Forse, peggio del fatto catastrofico e depositario di conseguenze ambientali future disastrose, è l’ignoranza perseverante e totalizzante di chi assiste ma nulla fa, di chi preferisce girare il capo dall’altra parte, di chi sceglie la comodità delle sue mura di casa, come se l’emergenza in corso non ci riguardasse poi granché.

È una vergogna che in minima parte la coscienza popolare collettiva si stia risvegliando solo ora, quando il disastro quasi irreversibile si comincia a mostrare più preponderante nelle nostre vite, soprattutto nelle menti più giovani in cui ancora l’educazione e il senso civico si stanno preformando.

Tutti siamo a conoscenza di fatti più o meno gravi e impietosi che sono sempre più protagonisti nel nostro pianeta, dalla realtà locale che ci riguarda più da vicino come città letteralmente invase dai rifiuti allo scenario mondiale in cui siamo immersi tutti noi, oceani plastificati e cieli ingrigiti ormai da smog perenne.

 Oggigiorno, in tal senso, non possiamo di certo sottrarci a bombardamenti mediatici i quali ci mettono a conoscenza di tutto ciò che accade in tempi record.

Bombe d’acqua e nubifragi hanno preso il posto di temporali fisiologici ma non dannosi, temperature sempre più elevate in maniera anomala, specie animali e vegetali che reagiscono ai cambiamenti climatici spostandosi a differenti latitudini o addirittura estinguendosi a causa della loro inadattabilità a nuovi spazi.

Ciò che ci manca e di cui abbiamo disperatamente bisogno è una giusta coscienza collettiva, un’ottica di conservazione e protezione che è andata sempre più mancando negli ultimi anni tra comodità e innovazioni acquisite in un ambiente palesemente consumistico e consumatore.

La nuova generazione, pian piano, si sta riscoprendo più “green”, motivata a riparare, proteggere e conservare a confronto però ancora di tantissima gente fintamente ignara che sbuffa per rispettare la raccolta differenziata, che prende l’auto per ogni ovvietà, che non ripara più nulla ma acquista il nuovo quasi compulsivamente.

Si tratta tuttavia di cambiamenti culturali importanti, generazionali, che implicano dunque molto tempo e molta cura nell’applicazione di giuste maniere, da imprimere  subito ai propri figli per far comprendere loro ciò che è giusto, scindendolo dall’erroneo, in un processo lungo, complesso, essenziale.

In tale periodo della nostra esistenza, tramite media di vario genere a nostra costante disposizione, veniamo a conoscenza del disastro ambientale in Amazzonia.

Uno scempio osceno, collettivo, spaventoso e terrificante; una sorta di ipoteca sul nostro futuro.

Da settimane la foresta amazzonica sta letteralmente andando in cenere.

Stiamo parlando del polmone verde del mondo, un territorio vasto come il doppio dell’India che garantisce un quinto dell’ossigeno alla Terra. 73 mila incendi scoppiati in meno di un anno.

…73 mila!

Si pensa che dietro a tale disastro si celino anche questioni economiche, affari, come coltivatori di soia e olio di palma che si possono così prendere nuove terre. Ogni minuto, sparisce una porzione grande come un campo da calcio. (cit. Panizza R. Sett. 2019 Vanity Fair).

È un evento mostruosamente sconvolgente, ma ciò che ancor di più fa tremare le viscere e strabuzzare gli occhi è il fatto che il resto del pianeta, o perlomeno la maggior parte, segue se non distrattamente quantomeno in maniera passiva ciò che sta avvenendo, complice la convinzione tanto salda quanto inesatta di vivere abbastanza lontano, in un differente continente, e quindi di pensare erroneamente che non ci riguardi a sufficienza tutti.

Forse, peggio del fatto catastrofico e depositario di conseguenze ambientali future disastrose, è l’ignoranza perseverante e totalizzante di chi assiste ma nulla fa, di chi preferisce girare il capo dall’altra parte, di chi sceglie la comodità delle sue mura di casa, come se l’emergenza in corso non ci riguardasse poi granché.

È una vergogna che in minima parte la coscienza popolare collettiva si stia risvegliando solo ora, quando il disastro quasi irreversibile si comincia a mostrare più preponderante nelle nostre vite, soprattutto nelle menti più giovani in cui ancora l’educazione e il senso civico si stanno preformando.

Tutti siamo a conoscenza di fatti più o meno gravi e impietosi che sono sempre più protagonisti nel nostro pianeta, dalla realtà locale che ci riguarda più da vicino come città letteralmente invase dai rifiuti allo scenario mondiale in cui siamo immersi tutti noi, oceani plastificati e cieli ingrigiti ormai da smog perenne.

 Oggigiorno, in tal senso, non possiamo di certo sottrarci a bombardamenti mediatici i quali ci mettono a conoscenza di tutto ciò che accade in tempi record.

Bombe d’acqua e nubifragi hanno preso il posto di temporali fisiologici ma non dannosi, temperature sempre più elevate in maniera anomala, specie animali e vegetali che reagiscono ai cambiamenti climatici spostandosi a differenti latitudini o addirittura estinguendosi a causa della loro inadattabilità a nuovi spazi.

Ciò che ci manca e di cui abbiamo disperatamente bisogno è una giusta coscienza collettiva, un’ottica di conservazione e protezione che è andata sempre più mancando negli ultimi anni tra comodità e innovazioni acquisite in un ambiente palesemente consumistico e consumatore.

La nuova generazione, pian piano, si sta riscoprendo più “green”, motivata a riparare, proteggere e conservare a confronto però ancora di tantissima gente fintamente ignara che sbuffa per rispettare la raccolta differenziata, che prende l’auto per ogni ovvietà, che non ripara più nulla ma acquista il nuovo quasi compulsivamente.

Si tratta tuttavia di cambiamenti culturali importanti, generazionali, che implicano dunque molto tempo e molta cura nell’applicazione di giuste maniere, da imprimere  subito ai propri figli per far comprendere loro ciò che è giusto, scindendolo dall’erroneo, in un processo lungo, complesso, essenziale.

Cristina Tonelli